September 15, 2022

Bilinguismo: Definizione, Falsi Miti e un Metodo Innovativo

INSPIRATIONAL

"The limits of my language mean the limits of my world."

Non è mai tardi per diventare bilingue!

Introduzione al Metodo
Frau Zorzenon

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Ludwig Wittgenstein


L’Importanza della Matrice Culturale

Nella sua accezione più semplice, il bilinguismo qualifica la capacità di un individuo di comunicare in due lingue diverse. Intuitivo, si potrebbe osservare. Nient’affatto, tanto è vero che l’argomento è tuttora circonfuso da parecchia disinformazione. Molti pensano, ad esempio, che essere bilingui significhi parlare perfettamente in due o più idiomi, e con una pronuncia priva di inflessioni e accenti. Ma questo non è vero.

Innanzitutto, va tenuto presente che il modo con il quale le persone si esprimono – eventualmente anche nella loro cosiddetta “lingua madre” – varia enormemente da una all’altra. Personalità, vita sociale, grado di istruzione, interessi e abitudini sono soltanto alcuni dei fattori che incidono. Esistono poi infinite gradazioni e varianti nelle modalità con cui si padroneggia un idioma. Lo si può comprendere, ma al contempo incontrare delle difficoltà nell’impiegarlo attivamente, oppure se ne possiede una padronanza, persino avanzata, per l’espressione orale, mentre si zoppica nello scritto, e così via. Tutte queste sfumature finiscono per generare una vasta gamma di equivoci.

Generalmente, le persone imparano a destreggiarsi sul doppio binario per una qualche esigenza legata al quotidiano. Può accadere che mamma e papà siano di nazionalità – ovvero lingue – diverse e che quindi per reclamare da mangiare o per chiedere un nuovo giocattolo serva entrare in sintonia con loro. Più lingue possono essere anche indispensabili sul posto di lavoro. Tipico è il caso degli adulti che hanno dovuto migrare per trovare un’occupazione, come un professore di svedese che insegni teatro a Yale, un tassista polacco che faccia servizio a New York, o come le migliaia di funzionari assunti nelle Organizzazioni internazionali.
E sebbene interessi, abitudini ed esigenze possano non coincidere, quando i soggetti comunicano agevolmente ed efficacemente con due idiomi diversi possono serenamente rientrare nella macro-categoria dei bilingue. Lo diventano in particolare nel momento in cui non provano più la necessità di tradurre mentalmente ciò che desiderano dire.

Infatti, un vero bilingue è una persona che non solo parla in due (o più) lingue, ma che pensa in più idiomi. Il suo cervello insomma non elabora un pensiero nella lingua A per poi, in base alle necessità del momento, tradurlo in un registro B o C. Piuttosto, procede naturalmente – d’istinto potremmo dire – a esprimersi indifferentemente con l’idioma A, B o C. In altre parole, pensa e, senza filtri, interpretariato o traduzione, lo dice. Ci riesce perché non prova più il bisogno di richiamare alla memoria vocaboli e regole grammaticali, declinazioni e coniugazioni, bensì ha fatto propri il reticolo di principi e valori su cui si fonda la lingua, gli schemi culturali che la ispirano e che ne determinano formule e canoni espressivi. 

‍E quando ci si inizia ad appropriare di una lingua a partire della cultura che ne costituisce il fondamento, ecco che accade un evento affascinante. La lingua entra a far parte integrante della natura di chi la parla, iniziando a influenzare mentalità, atteggiamenti, portamento e azioni. Non per caso, per i bilingui si ipotizza il manifestarsi di uno “split della personalità,” ovvero il sentirsi “diversi” a seconda dell’idioma che si utilizza.

bilinguismo, split della personalità

E questo può accadere a qualsiasi età. L’apprendimento di due – tre, quattro – lingue può avvenire infatti in qualsiasi momento della vita, al contrario di quanto pare si pensi in Italia. Qui pare diffusa l’errata convinzione che vi sia una sorta di soglia di non ritorno, posta intorno ai sette anni. O si è diventati bilingui entro quella scadenza e grazie ai genitori, oppure è preferibile gettare la spugna. Si giunge persino a creare confusione con una categoria sociologica del tutto differente, quella della “diglossia“, vale a dire la compresenza di un doppio ceppo linguistico all’interno di una determinata comunità. Come accade, ad esempio, con il latino in Vaticano e, più in generale, nel circuito ecclesiastico. Niente a che fare con l’acquisizione da parte del singolo di una seconda lingua per ragioni familiari e di vita

La realtà è, invece, ben diversa e le scienze umane e statistiche lo dimostrano ampiamente.
Imparare una lingua è perfettamente possibile ad ogni età e sebbene ciò implichi impegno, dedizione e un certo lasso di tempo, l’investimento in tali fattori non è significativamente diverso nelle varie fasce d’età. Lo sforzo che un bimbo di 3-4 anni impiega per comprendere la maestra che gli parla in una lingua altra rispetto a quella di mamma, in effetti, non è minore di quello che un ragazzo di vent’anni deve compiere con il suo professore di lingue.

L’unica – parziale – differenza risiede probabilmente nella facilità con cui si può acquisire un determinato accento. Qui la questione non è solo attribuibile alla didattica, ma interessa anche lo sviluppo fisico. Per emettere un determinato suono – si pensi alle varie vocali accentate del francese – è necessario formare la muscolatura di bocca e gola in maniera funzionale. Da piccoli, i tessuti sono più reattivi e il risultato desiderato è raggiunto in un tempo più breve. Da adulti, si seguiranno dei corsi di dizione e si imparerà comunque – anche se forse servirà un pizzico di pazienza in più. Quindi, per farla breve, diventare bilingue da adulti è perfettamente normale e ai giorni nostri quasi uno standard.

Il segreto per un apprendimento fluido, rapido, ma pure completo, di una lingua non risiede dunque nel fattore età, quanto nel modo in cui questa viene studiata. Meglio ancora, nel saper ripercorre il percorso fisiologico che ha portato un idioma alla sua nascita ed al suo affermarsi nella comunità di riferimento.

Nel dettaglio, i passaggi attraverso i quali si sviluppa una lingua sono tutto sommato semplici e codificabili.

  • Primo step: nella mente dei soggetti si forma un’idea, un pensiero.
  • Secondo step: il pensiero determina l’insorgere di un’emozione, disegno positivo o negativo. Così, se penso ad un incendio nel bosco registro una sensazione di pericolo e sono spinto a mettermi in salvo. Se al contrario nasce in me il ricordo delle vacanze al mare, provo un’emozione di serenità e svago. Mi rilasso. Tutto questo si riverbera nei miei atteggiamenti, nella gestualità, persino nella postura del corpo, dall’apertura delle spalle allo sguardo e alla contrazione o al rilassamento dei muscoli del viso. L’aspetto non è secondario, poiché il corpo funge da cassa di risonanza per i suoni che emettiamo e, di conseguenza il portamento influenza tonalità e cadenze dell’espressione orale. Da qui, nascono gli accenti della lingua.
  • Terzo step: da ultimo, sull’accento si compone la grammatica e sintassi. Come una sorta di spartito musicale, l’accento con il ritmo, tonalità, velocità e andamento dell’esprimersi detta le linee guida per lo sviluppa della grammatica.

Il riepilogo degli step attraverso i quali si articola la catena del formalizzarsi di una lingua – tra pensiero (cultura), emozioni, suoni, accenti e grammatica – evidenzia bene il paradosso degli approcci classici all’insegnamento delle lingue. In tali contesti, infatti, si parte dalla coda, dal terminale del processo – la grammatica – per un successivo, e faticoso, percorso inverso.

Se ritorniamo per un attimo al processo di apprendimento infantile, ci accorgiamo di come il percorso seguito però sia esattamente opposto e tutt’altro che nozionistico, mnemonico e artificiale. I bambini apprendono la lingua dai genitori senza che questi ultimi si esercitino in lezioni di grammatica, sintassi o memorizzazione dei vocaboli. Imparano anzi, pure se i genitori sono analfabeti e non hanno mai avuto per le mani un libro. L’apprendimento è spontaneo e naturale e avviene attraverso la semplice osservazione, ascolto e libera associazione delle immagini e suoni che caratterizzano la vita famigliare e che sono dettate dalle incombenze della giornata.

In altre parole…

… le radici della lingua non vanno ricercate nei testi di grammatica – del tutto sterili se non collocati all’interno del quadro di riferimento – ma nel mix di suoni e cultura che hanno contribuito a comporre il suo codice di comunicazione.

La grammatica, al contrario, non è che l’ultimo anello del circuito, tanto nella creazione che nell’apprendimento della lingua. Non a caso, “grammar” è stato per secoli utilizzato quale sinonimo di “glamour” (fascino), ad indicare come l’intento fosse quello di adornare, abbellire un parlato. E mentre generazioni di individui hanno creato e dato vita a lingue e dialetti, lo studio della grammatica restava circoscritto alla cerchia degli intellettuali, delle corti, del clero e delle accademie.

Il meccanismo naturale consente pertanto un apprendimento che si caratterizza per la maggiore semplicità, abbinata ad una più elevata stabilità dei risultati nel tempoConosco la lingua non perché ne ho memorizzato il vocabolario e le regole – che posso in qualsiasi momento dimenticare – ma perché ho acquisito le determinanti che si collocano a monte delle regole. Il resto poi viene da sé, o quasi. E l’arricchimento che ne deriva non ha evidentemente eguali. 

Il Metodo Frau Zorzenon: Un Approccio Innovativo

Nel 1957, esce negli Stati Uniti l’opera Syntactic Structures con la quale lo studioso e scienziato della comunicazione Noam Chomsky fonda la corrente della Grammatica Generativista, destinata negli anni successivi a rivoluzionare i tradizionali canoni per l’insegnamento delle lingue. Al centro del suo pensiero si pone l’assunto per cui l’essere umano possieda l’innata capacità di apprendere una qualsiasi lingua, a condizione di entrarvi in un contatto per così dire “proattivo”. Secondo Chomsky, una tale capacità è resa possibile da un elemento fisiologico, un vero e proprio dispositivo– che lui chiama LAD, acronimo per Language Acquisition Device – che corrisponderebbe ad una grammatica universale congenita, insita nel nostro cervello e capace di far comprendere ad ogni individuo le fondamenta di ciascuna lingua.

A riprova della sua esistenza giunge una volta di più l’evidenza del comportamento infantile.  È infatti grazie al LAD che i bambini, semplicemente osservando e ascoltando, imparano da mamma e papà ad esprimersi nella lingua madre. Ed è ancora grazie a questo meccanismo che il nostro amico tassista di Cracovia apprende come interagire con i clienti a Manhattan.

Più lingue, più processi, ma identico lo schema. Come per i bambini, anche per gli adulti, pensiero e suoni fungono da chiavi per il bilinguismo. Individuare il pensiero sorgente e la sonorità derivata permette, infatti, di andare all’origine della lingua e di appropriarsi del suo “codice sorgente”. Individuato questo, liberare la sua espressività è un passaggio quasi automatico, un’operazione di semplice liberazione di quella conoscenza che si trova già naturalmente dentro di noi.

Se l’assunto di base vale in generale per tutte le lingue, a maggior ragione si rivela efficace per l’Inglese e il Tedesco. Sono queste, infatti, lingue ricche di eccezioni grammaticali, la cui origine è tuttavia prevalentemente fonetica. È il suono ad orientare il significato e la regola ne fornisce una cristallizzazione razionale. Un esempio facile da illustrare è quello che riprende l’evoluzione storica del “tu eri”. L’originale formula “you was” si è gradualmente trasformata in “you were” unicamente perché più armonica a livello fonetico, più lineare nella pronuncia e nella ricezione all’orecchio.

metodo frau zorzenon

Il Metodo Frau Zorzenon coniuga esattamente i principi della Grammatica Generativista con l’ispirazione didattica Montessoriana. 

In base a tale impostazione, la finalità del percorso non è quella di impartire nozioni – peggio ancora di imporle – quanto di educare lo studente ad uno studio consapevole della materia. A sua volta, tale consapevolezza non è mirata al mero apprendimento del nuovo, bensì alla valorizzazione del potenziale innato, il LAD, del quale ogni individuo è dotato. Apprendere è qui inteso come una fase del conoscere sé stessi per far leva sul proprio potenziale e affrontare con successo le prove della vita.

Nel concreto, il Metodo Frau Zorzenon applicato all’apprendimento delle lingue straniere propone un approccio a più livelli, innescato dall’esercitarsi sull’inglese o il tedesco, ma che può essere poi declinato in qualsiasi altro idioma. L’originalità del Metodo – naturale proprio come quello dei bambini – risiede nella componente della comprensione. Nel momento in cui si inizia a lavorare in questa modalità “di appropriazione cognitiva” si comprende come in definitiva lo studio della grammatica possa essere più utilmente riservato a coloro che già padroneggiano la lingua. Solo una volta acquisite le basi dell’espressione, un repertorio di regole può aiutare – si badi, non sostituire – il processo di appropriazione, secondo la sequenza: “conosco, ragiono, coagulo la pratica attorno ad una regola” per migliorare il mio livello di padronanza. 

“Ha senso insegnare la grammatica unicamente a chi la lingua già la conosce ed è in grado di apprezzarla. Soprattutto quando si ha a che fare con lingue appartenenti a ceppi linguistici differenti dal proprio, è praticamente impensabile immaginare che una persona possa afferrarne la grammatica se prima non la si è messa nelle condizioni di fare propri i suoni e il pensiero che l’hanno determinata. Viceversa, partire da quest’ultimi, non solo ti permette di appropriarti delle sue regole con estrema facilità, ma ti consente anche di sviluppare una consapevolezza della lingua tale che parlarla diventa un fatto automatico e naturale, proprio come la madrelingua.” – Frau Zorzenon

In fondo, è esattamente quanto accade con la lingua madre. Un bambino di 5-6 anni si esprime correntemente nel proprio idioma, comprende e si fa capire. È solo con la scuola che si avvia la sistematizzazione delle abilità acquisite in un casellario che permette di rifinire il linguaggio, non di costruirlo.

Il Metodo Frau Zorzenon percorre dunque la via dell’insegnamento naturale e istintivo che caratterizza gli automatismi della madrelingua. Per giungere al risultato finale, impiega tra le altre la tecnica della cosiddetta “Traduzione Simultanea”, che si fonda sulla spontaneità e l’assenza di forzature.

Si crea in questo modo un soggetto “Bilingue Consapevole”, perfettamente in grado di comprendere ciò di cui è capace il suo cervello, al limite senza neppure il bisogno di ricorrere a maestri e docenti. Il bilingue consapevole visualizza perfettamente cosa significhi diventare, e quindi essere, bilingue. Lo ha intuito, lo ha sperimentato, ha finito per introiettarlo. Quando studia la lingua, non si muove alla cieca, né per prove ed errori. Sa esattamente quanto sta facendo e vede bene di fronte a sé quale sia il percorso lungo il quale continuare per progredire sulla via che lo condurrà al bilinguismo, o meglio ancora, ad un doppio madrelinguismo. Il bilingue consapevole ha raggiunto una tale chiarezza nel proprio intimo da essere diventato maestro di sé stesso.

In fondo, questa è la principale conquista che potrai ottenere con il Metodo Frau Zorzenon, ovvero il ritrovarti nella condizione di poter proseguire sulle tue gambe, con le tue rinvigorite forze, senza dover più dipendere da nessuno.

Per usare le parole di Fabrizia Zorzenon: “Language is the result of its culture. Let the culture become part of who you are and you will find the key to making the switch and becoming bilingual”.

Proprio come raccomanderebbe Maria Montessori.

Ora, supera i pregiudizi e attiva il tuo potenziale innato! Iscriviti a Ricerca per Imparare e inizia da subito il tuo percorso verso il bilinguismo, naturalmente e con il massimo dei risultati.

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